Quando una donna si ammala, si ammala la famiglia

La malattia richiede una buona capacità di adattamento a un nuovo stato di vita, sia da parte della persona colpita sia di chi gli sta attorno. Nell’apprendere la diagnosi di tumore di una persona cara è inevitabile essere sopraffatti dal senso di angoscia e di smarrimento.

IL PROPRIO CORPO

Il tumore al seno può provocare grandi cambiamenti, sia estetici che psicologici. Il proprio corpo, solitamente percepito come un rifugio, può gradualmente trasformarsi in qualcosa di estraneo e minaccioso. Sono molti i fattori che incidono nella percezione della propria immagine corporea: lo stadio della malattia, l’aumento di peso dovuto alla terapia ormonale, il gonfiore di quella cortisonica. Ma anche la fatigue e la conseguente perdita di energia a causa dei continui trattamenti incidono sul modo di vedersi. In alcuni casi, c’è il dolore fisico, che spesso nella paziente con metastasi alle ossa è accompagnato da limitazioni nei movimenti, che aumentano la sensazione di avere qualcosa di guasto. Gli antidolorifici, inoltre, possono indurre una sorta di ovattamento cognitivo che può portare a una sensazione di allontanamento dal proprio corpo. Non ci sono solo gli effetti delle cure da considerare, ma anche la delusione per la ricomparsa della malattia, l’impotenza per il venir meno della speranza e la sensazione di perdita di controllo. Fare pace con il proprio corpo che cambia, in alcune situazioni cliniche, può essere un obiettivo troppo ambizioso: è più realistico puntare sul sentirsi il più possibile a proprio agio. Con la ripresa di malattia, del resto, sparisce l’abituale sensazione di naturalezza e di confidenza, ma bisogna comunque trovare il modo di far stare la mente più comoda possibile dentro quella casa che è il corpo, seppur così cambiato.

IL PARTNER

La malattia mette alla prova tanto la persona quanto i suoi rapporti affettivi, primo fra tutti quello con il partner. Non solo per le difficoltà pratiche ma anche per le barriere psicologiche che possono essere erette, sia da una parte sia dall’altra, come autodifesa. La femminilità, quale intreccio di aspetti sensoriali, comportamentali, emotivi e culturali, non solo è parte vitale della dimensione psicologica della donna, ma è uno dei potenziali elementi evolutivi della sua identità.

Un partner che permetta di parlare e non censuri alla prima emozione o pensiero difficile, e che riesca a mantenere la condivisione emotiva, la complicità della vita e l’intimità quotidiana ha un ruolo determinante nel dare continuità e stabilità psicologica ed emotiva alla donna malata. Il sentirsi amati e desiderati, percepire che per l’altro si è ancora speciali è un antidoto potente a quelle sensazioni di svilimento, d’impotenza, di vergogna profonda con sé stesse che la malattia può causare. Le dinamiche affettive possono essere molto diverse da coppia a coppia e pertanto è difficile fornire delle “istruzioni per l’uso” di validità universale. Di certo, le imposizioni e le pretese di comprensione possono incrinare la relazione: parallelamente alla malattia del proprio caro, il partner potrebbe sprofondare in una condizione di fragilità, quando non di panico. Stabilire all’interno della coppia una sorta di “manuale di istruzioni” su come essere aiutate e sostenute può dare a entrambi la forza per affrontare al meglio la situazione.

I FIGLI

Sebbene non esista un approccio standard per spiegare la malattia ai propri figli, quello che è certo che non devono essere tenuti all’oscuro, dato che assistono inevitabilmente ai cambiamenti legati al progredire della malattia. Già a tre-quattro anni i bambini sono in grado di comprendere il contenuto e il carico emotivo dei dialoghi degli adulti nonché i cambiamenti del clima familiare: oltre che inutile, il tentativo di proteggerli è rischioso perché aumenta in loro il senso di solitudine, impotenza oltre che di sfiducia in se stessi e nelle persone che li circondano. Eludere le domande o peggio, negare la malattia, lascia il bambino solo con le sue angosce, fantasie, sensi di colpa. I bambini hanno bisogno degli adulti per affrontare le emozioni difficili che provano. È la condivisione cioè la capacità di ascoltarli, sostenerli, rassicurarli la funzione che può evitare che l’esperienza dolorosa si trasformi in qualche cosa di invivibile, soverchiante e quindi traumatico. Lo psico-oncologo può aiutare a trovare il modo e le parole migliori per affrontare la questione: un genitore deve poter parlare con il proprio figlio e affrontare la sofferenza e lo smarrimento insieme a lui. Quando un bambino riceve notizie angoscianti ha bisogno di tempo per metabolizzarle. Accettare i suoi tempi, le sue modalità, così diverse da quelle dei grandi, può disorientare l’adulto, che dovrà però farsi trovare pronto ad accogliere quelle domande ed emozioni che, nel tempo emergeranno.