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Come riconoscere il bisogno di ricevere supporto psicologico?

Siamo abituati a pensare che la sofferenza psichica si presenti con segnali eclatanti. Frequentemente infatti si riversa nelle nostre esistenze con modalità esplosive, irruenti, quindi facilmente comprensibili poiché veicolate da sintomi in eccesso come ansia, panico, crisi di pianto o una tristezza marcata. Eppure, non è sempre così.

[su_pullquote]PAOLA GABANELLI è responsabile della struttura semplice di Psiconcologia dell’IRCCS Fondazione Maugeri di Pavia [/su_pullquote]

Il non riuscire a staccare il pensiero dalla malattia così come la condizione di allarme e di tensione continua, che porta ad iper reagire anche di fronte alle minime sollecitazioni, sono condizioni emotive che mettono a dura prova la nostra capacità di fronteggiarle. Esse riflettono una difficoltà che non lascia dubbi sulla necessità di un lavoro di contenimento e sostegno psicologico.

Il linguaggio e le modalità con cui si manifesta il dolore non sono purtroppo sempre così evidenti e riconoscibili anche per la stessa persona che le vive. Per esempio, possono emergere forme depressive sotto le sembianze ambigue di un intorpidimento emotivo, di una perdita di energia vitale, di una condizione costante di demotivazione e di demoralizzazione. L’ipersonnia, facilmente mascherata da quello che appare un innocuo dormicchiare davanti alla televisione, spesso sottende una condizione di tristezza e di resa alla malattia. La perdita del piacere di vivere e di fare le cose, soprattutto in pazienti che hanno concluso da tempo le terapie anche quando hanno ripreso tutti i fili della loro vita (lavoro, relazioni, attività ricreative), è da considerarsi un importante campanello d’allarme. Un campanello che avverte quanto la persona non stia più vivendo, ma sopravvivendo, in una condizione piatta e sterile di anestesia e di letargia emotiva.

Non è infrequente peraltro che questi atteggiamenti di apatia, passività, di rinuncia vengano fraintesi dal partner e dai familiari e interpretati come forme di tranquillità, che li rassicura su un avvenuto adattamento al percorso di malattia. Al contrario, sono espressione non solo di una sofferenza emotiva legata alla non accettazione di quanto accaduto, ma anche vissuti insidiosi capaci di portare lentamente verso forme di distacco e di estraniamento.

Non è inusuale osservare l’altra faccia della medaglia nelle donne che, pur avendo da tempo terminato il loro percorso clinico, sono assillate da atteggiamenti segnati da una iperattività, da un dinamismo esasperato e frenetico, da un’incapacità a fermarsi. Queste espressioni mascherano l’impellente necessità di disinnescare tensioni prodotte da angosce che la malattia ha acceso e non sono state ancora sopite.

Per quanto breve e non esaustiva, non credo che questa esposizione possa lasciar dubbi sulla fatica psicologica che il tumore causa nella persona. Questa fatica deve essere supportata da un intervento psicologico mirato e specialistico che possa sostenerla nell’affrontare non solo angosce ferali, ma sensazioni d’inadeguatezza e d’impotenza, a recuperare risorse e punti di forza, a ricucire il legame con il proprio corpo, a reinvestire nella propria vita quando predomina su tutta la paura, l’incertezza, la mancanza di desiderio.

La nostra salute mentale dipende dalla capacità di far esperienza del dolore, che è ciò che ci permette di digerire le nostre vicissitudini e quindi di poterle anche dimenticare per non essere costretti a riviverle continuamente. Quando infatti cerchiamo di mettere troppo affrettatamente delle pietre sopra a ciò che proviamo, la sofferenza emerge nelle forme insidiose di attacchi di panico, di malattie psicosomatiche o in forme depressive mascherate che scolorano la nostra esistenza di vitalità, desiderio e piacere.